Ecco di nuovo tuo figlio a porti una serie di domande.
Dunque: avevi fatto un viaggio in Italia con un’amica e a Verona avevi conosciuto mio padre. Avendo “perso per strada” l’amica, perché aveva seguito un tizio a Rapallo, avevi proseguito da sola e dopo Roma, anziché ritornare a Vienna, ti eri fermata a Bologna. Hai detto di papà: -Mi piaceva molto, era un bel ragazzo, un cuore d’oro. Dal canto mio pensavo che a Vienna non mi aspettava nessuno e che lui mi offriva un nido caldo. Imparai ad amarlo presto, era un ragazzo bello, sensibile, aveva molte qualità. Morì troppo presto, era ancora giovane.-
Come sai - tuo padre morì a 47 anni.
Vorrei invece se non ti dispiace approfondire tutta questa parte: cosa é accaduto prima della mia nascita? Come e quando siete arrivati a sposarvi?
Fu nel 1963. Di ritorno da Roma mi ero fermata a casa di tuo padre a Bologna. All’epoca viveva con la madre, il padre, 4 sorelle e 3 fratelli.
Una bella tribù.
Sì, proprio una bella tribù. La casa era grande e c’era sempre una certa confusione che mi piaceva. Fin dall’età di 17 anni ero abituata ad abitare da sola e all’improvviso avevo continuamente qualcuno attorno. C’era un’atmosfera vivace e allegra. Non era una famiglia ricca, ma vivevano molto dignitosamente. I figli non conoscevano il lusso, ma avevano una madre affettuosa e sempre presente. Il padre invece era introverso, di poche parole. Mi dava un po’ di soggezione.
Ma tu non parlavi l’italiano?
No, con tuo padre parlavamo in inglese. Ricordo che una volta lui usò la parola sleep nel senso di dormire, andare a dormire… e le mie cognatine si erano messe a sghignazzare perché, non parlando l’inglese, avevano capito slip. Cioé mutanda.
Cosa facevano i tuoi futuri cognate e cognati?
C’era chi studiava e chi andava a scuola. Uno dei fratelli frequentava un Istituto statale diurno per sordomuti. Era un ragazzo davvero molto bello, sul biondino, un viso tenerissimo.
Quindi non tornasti a Vienna?
Tuo padre non voleva assolutamente, così incaricai una persona che conoscevo a Vienna di spedirmi le mie cose, soprattutto la macchina da scrivere, il registratore, un apparecchio fotografico, tutti i miei manoscritti rifiutati, i libri ecc.
Insomma, la famiglia, ma soprattutto la madre di papà aveva accettato che tu avresti sposato il suo amatissimo primogenito?
Tuo padre aveva un rapporto molto bello con sua madre, si adoravano a vicenda. Per lei fu certamente doloroso, ma dovette rassegnarsi al fatto che il figlio prediletto si era innamorato di una straniera.
Alla madre dispiaceva un po’ che tu fossi straniera?
Non lo faceva capire apertamente, ma in realtà avrebbe preferito un’italiana. A volte tentava di sapere qualcosa della mia famiglia, ma io non avevo molto da raccontare. Le dissi che a 17 anni ero scappata di casa per non ritornare mai più, e questa cosa le ispirò una certa diffidenza. Disapprovava la mia mentalità troppo libera che era l’opposto della sua che risentiva ancora di quella, chiusa e ristretta, degli anni sessanta.
Come avete fatto con i documenti per potervi sposare?
Tramite l’Ambasciata d’Austria a Milano.
Nel frattempo i genitori del mio fidanzato avevano preso in gestione un albergo-ristorante in un paesotto nella provincia di Bologna e alcuni figli li avevano seguiti tra cui tuo padre, un fratello e una sorella. Un maschio era stato chiamato al servizio di leva e quelli che ancora studiavano e il ragazzo che frequentava l’istituto per sordomuti erano rimasti a Bologna in custodia della sorella più grande. La madre al ristorante faceva la cuoca.
Come andò la nuova situazione?
In un primo momento bene. Tuo padre era contento perché ora non lavorava più sotto padrone ma in proprio. Da parte mia non rimpiangevo Vienna specialmente dopo il debacle con l’italiano. Ci avevano messo a disposizione una bella camera con salottino e balcone al piano superiore della costruzione e tuo padre e io andammo a comprare dei mobili al paesotto. Al mattino ci svegliava il canto degli uccelli. Anch’io davo una mano al ristorante. Fu lì che alla fine ci sposammo. Mia suocera mi aveva preparato un piccolo corredo e gliene fui molto grata. Altrimenti mi sarei sposata senza nemmeno un lenzuolo o un asciugamano. In realtà avevo mandato una lettera a mio padre invitandolo, con il permesso dei miei suoceri, insieme alla terza moglie da noi per partecipare alle nozze, ma lui rispose solo con un laconico telegramma di auguri.
Solo un telegramma? Immagino tu ci sia rimasta un po’ male…
Sono rimasta molto male, molto addolorata. Ma avrei dovuto aspettarmelo: ero la pecora nera della famiglia.
Successivamente tuo padre si è interessato al matrimonio? Non ti ha chiesto se avevi bisogno di qualcosa?
No. Ero così arrabbiata con lui che gli scrissi che non mi avrebbe mai più rivista.
Ma poi lo hai rivisto, siamo andati insieme.
E’ vero, avevo cambiato idea. Inoltre volevo presentargli mio figlio, suo nipote. Ma fu diversi anni dopo. No, non ha mai chiesto se avevo bisogno di qualcosa.
Parlami del giorno in cui vi siete sposati. Come e dove avete festeggiato? Credo che il matrimonio sia un evento molto gioioso…
Cerimonia con rito cattolico in una piccola chiesa, presente tutta la parentela di tuo padre. Per me non c’era nessuno. In seguito i miei suoceri offrirono un pranzo. Sì, c’era allegria, abbiamo anche ballato.
Non venne nemmeno tuo fratello?
Men che meno lui.
Come sono andati i primi tempi del matrimonio?
Benissimo. Aspettavo quasi subito un bambino e tuo padre era davvero molto premuroso. Appena avevo voglia di mangiare qualcosa si precipitava a farmelo avere. Anche mia suocera era carina, mi domandava sempre cosa preferissi per pranzo o per cena. Naturalmente non potevo dare un grande aiuto al ristorante. Stavo spesso in camera a scrivere.
Già, avevi la macchina da scrivere arrivata da Vienna.
Abbozzai un romanzo. In un primo momento continuavo a scrivere in tedesco, ma non mi piaceva più. Volevo imparare presto l’italiano per potermi esprimere nella nuova lingua. Purtroppo la mia passione per la scrittura urtava mia suocera. Diceva che avevo la fissa della scrittrice. Diceva anche che piuttosto che scrivere avrei fatto meglio a imparare a fare i tortellini.
Davvero disse così?
Sì, ma senza cattiveria. Voleva solo che il figlio amato non avesse una moglie con i grilli per la testa.
Smettesti di scrivere?
Se c’era una cosa, l’unica che non avrei permesso a nessuno di togliermi, era la scrittura. Ma poi ebbi un parto prematuro, verso il sesto mese, e la bambina morì.
Sempre sfortunata devo constatare…
Bé’, sì. Ma allora tuo padre ed io ci eravamo già resi indipendenti dai suoceri.
Come?
Prendemmo in gestione una trattoria a San Giorgio di Piano. L’anno scorso sono andata con amici a vedere il posto, ora lì c’è una Asl o qualcosa del genere.
Come andò la trattoria?
Eravamo solo in due a portare avanti la piccola baracca, non potevamo permetterci un aiuto. No, non andava bene e rinunciammo. Ci siamo trasferiti a Bologna e tuo padre é andato a lavorare sotto padrone. Anch’io, se é per questo. Dovevamo comprare tutti i mobili, l’appartamento in affitto era vuoto. Un giorno telefonai a un maglificio che cercava delle lavoranti. Dissi che ero brava a confezionare le maglie.
Era vero?
No, ma mi presero in prova e in pochi giorni diventai davvero brava a fare le rifiniture a mano delle maglie. Era un lavoro part-time.
E il matrimonio come andò?
All’epoca c’era ancora una grande intesa. Tuo padre mi lasciava scrivere, non c’erano problemi. Ma ad un certo punto mi accorsi di aver sviluppato una resistenza al mio passato: Berlino, il non-rapporto con mio padre, l’assenza di una figura materna… e rimossi un po’ la mia madrelingua.
Com’è possibile?
Naturalmente non si dimentica la madrelingua, ma si può perderne l’uso, tanto più se questa cosa é voluta dall’inconscio.
Mi risulta che cominciasti molto presto a collaborare con dei giornali italiani.
Sì, negli anni settanta. Continuavo a lavorare mezza giornata nel maglificio, ma nello stesso tempo scrivevo per diverse testate. Facevo anche delle vere e proprie inchieste a puntate. Ad esempio: “Dove va l’arte moderna?” Mi piaceva molto. Andavo in giro con un fotografo, ma quando lo seppe mia suocera disse a tuo padre che non doveva permetterlo. Che “la gente parlava”.
E lui?
Tuo padre era sempre molto legato a sua madre e tentò di vietarmi di scrivere per i giornali e di andare in giro con un fotografo. Che “la gente avrebbe potuto equivocare”.
Smettesti di scrivere per i giornali?
No. Ripeto che l’unica cosa che non mi sarei lasciata vietare da nessuno era scrivere. Ed evidentemente scrivevo bene malgrado avessi imparato l’italiano così in fretta.
Scrivevi anche romanzi?
Sì, ma nessun editore li voleva.
Fino al tuo libro d’esordio, “Il rogo di Berlino” - pubblicato da Adelphi.
Sì, fu nel 1995. Ma prima di quel giorno erano successe tante cose: dolori, delusioni, rovesci del destino, lutti. Nel 1966 la mia terza gravidanza molto difficile, dovetti stare a letto tutto il tempo. Nascesti a 8 mesi ed eri cianotico. Ti portarono subito via per metterti sotto ossigeno.
Per avere finalmente un bambino hai dovuto affrontare 3 gravidanze.
Già. Ma volevo dare ad ogni costo un figlio a tuo padre.
Dopo la pubblicazione del “Rogo…” la tua carriera prese il volo.
E’ vero. Il libro fu considerato un caso letterario e in seguito dovetti dimostrare di essere non un “caso” ma una scrittrice.
E ci sei riuscita.
Ti ringrazio per la pazienza di aver risposto alle mie domande.
Grazie a te.
©RenzoSamaritani&HelgaSchneider










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